sabato 11 febbraio 2012

LE GIRAFFE E LE PECORE, I FISCHI E I FIASCHI… E LA PEDAGOGIA CHE VORREI


Ritorno sul blog con molto entusiasmo nonostante il vespaio scatenato dalle mie affermazioni al post precedente. Sorrido un po’ amaramente pensando a quanto sia frustrante non essere compresi. Sorrido perché ho compreso le obiezioni sollevate… legittimamente sollevate (altrimenti che scrivo a fare?), ma poco puntuali.

Alcuni studenti, non avendo colto la metafora delle giraffe, hanno pensato che me la fossi presa con loro, che stessi facendo una stupida e inopportuna ramanzina d’altri tempi. Le mie affermazioni avevano solo lo scopo di stimolare, promuovere un dialogo intergenerazionale che a volte non c’è.

Me ne faccio carico perché mi piace farlo e perché il mio ruolo sociale ed etico è anche questo. Al di là delle critiche fatte, che avevano solo il merito di evidenziare un misunderstanding di fondo – perché continuo ad essere arrabbiato, non con i miei studenti, ma col mondo che sta “là fuori” – penso e rifletto su nuovi modi di educare (ex-ducere) le idee e le potenzialità dei miei studenti.

Certamente non è un obiettivo semplice, considerando il retaggio culturale di una scuola pubblica poco incline all’ascolto e più ai compiti in classe, ma io vorrei davvero che ci ragionassimo assieme. I giovani non hanno alcuna colpa per come sono oggi – sarebbe facile per noi adulti cadere in stereotipi valutativi di questo tipo – resta però il fatto che se la situazione non migliora, se non si fa nulla, non si arriva nemmeno da qualche parte.

Come già anticipato a voce, vorrei aprire un forum permanente sul dialogo che ci deve essere e sugli argomenti da mettere sul tavolo. I comportamenti di chiusura, gli equivoci e le mezze parole di certo non aiutano.

Ogni settimana pubblichiamo spunti di riflessione su questo o su quell’argomento. Tutto tace… eppure si tratta del mondo che ci sta attorno. Che sta attorno a noi… e a voi.

L’arte può essere un rifugio, ma il suo compito sociale – né più né meno come quello che mi sono cucito addosso – è quello di comunicare, di aprire gli orizzonti, di “spalancare le finestre”.

I miei studenti hanno cominciato a capire che sono dalla loro parte, e che mi farei in quattro per loro. Ogni tanto, però, ho bisogno anch’io di una carezza… di un segnale che tutto questo ha un senso.

La moda non è superficialità; è un fenomeno complesso, un modo di vedere e interpretare le mutazioni sociali. Siate complessi anche voi. Non siete in Fashion ground per diventare gente sciocca attratta solo da un estetismo povero e fatuo. Siete qui per diventare i portavoce del vostro pensiero… che io immagino profondo, ricco e pieno di complessità.

Attendo le vostre sollecitazioni.

Con affetto

Il “dire”

venerdì 13 gennaio 2012

2012. L'ANNO DELLA GIRAFFA


Prima notizia: secondo il calendario cinese il 2012 sarà l’anno del dragone, essenza vitale portatrice di buon auspici e di grandi eventi.

Seconda notizia: in Europa sarà l’anno della giraffa. C’è poco da ridere, sapete, siamo leggermente immersi nel letame (oggi sono educato!). Dopo gli scoppiettanti esordi di un capodanno che non lascerà nessuna traccia positiva, ci tocca fare i conti con un andazzo economico che presagisce sul medio-lungo termine una concatenazione di eventi funesti: la disoccupazione in primis, la recessione, la congiuntura astrale, la sfiga, il mal di pancia.. e chi più ne ha più ne metta.

Vi sbagliate se pensate che sia pessimista; la crisi è grande portatrice di cambiamenti. Ci sono casi in cui il cambiamento viene dal didentro, in questo caso allora il cambiamento è desiderato, voluto. In altri casi, molto più simili a questo, il cambiamento non solo è necessario, ma è anche obbligatorio. Pena la scomparsa dalla faccia della terra, del benessere, della vita… e in generale del futuro. Non la prendo con filosofia, anzi, vi dirò, che sono un filino arrabbiato perché qualcuno, in questi anni, ha appreso l’arte di remare contro e di procurarci il massimo del malessere. A noi, quindi, spetta il compito di fare il triplo, se non il quadruplo salto mortale (senza rete, ovviamente) con la speranza di non restare spiaccicati al suolo per un errore di calcolo.

La terza notizia, quella che poco a che fare con gli oroscopi, è che improvvisamente ci siamo ritrovati all’interno di un documentario attestante il ritorno forzato ad uno stato di lotta per la sopravvivenza. Tutti i movimenti sociali che hanno caratterizzato il 2011 – “indignatos”, “occupy Wall Street” e “incazzati di ogni sorta e religione” - non si sono affatto esauriti con la fine dell’anno, ma hanno passato il testimone a una generazione che ancora non ha capito un flauto (oggi sono molto educato!) di quello che sta accadendo alle loro vite. Alle nostre vite.

Risulta ancor meno consolante sapere, invece, che questo non è il mal comune… e, quindi, purtroppo, ci sarà poco spazio per il “mezzo gaudio”. La situazione di malessere che stiamo respirando non è, invero, una crisi globale, ma solo la crisi del “vecchio” mondo occidentale: un mondo che ha costruito sul niente, che ha respirato aria fritta, che ha finta di crescere, che ci ha ingannato, illudendoci che tutto andasse bene. Potete vederlo con i vostri occhi: le cose non vanno affatto bene… e continuerà così ancora per un bel po’.

Lo so, lo percepisco, state ancora pensando che sia pessimista. Francamente più che essere pessimista – non è nella mia indole – credo più fermamente che siate voi ad essere prossimi alla cecità… è sicuramente così, oppure avete subitaneamente deciso di farvi un saporito sandwich con quelle due belle fette di prosciutto che avete dimenticato sugli occhi.

Ma torniamo alla situazione di “mmmmmeraviglia” in cui siamo. Mentre noi stiamo facendo i conti della serva racimolando qualche percentuale di spread con cui arrivare alla fine del mese, in paesi - un tempo meno fortunati di noi – si sta compiendo il miracolo: un’inaspettata inversione di tendenza che porterà futuro e benessere. Nelle tasche di qualcun altro.

Poco male – penso io – “ quando il gioco si fa duro, Giuseppe si arma fino ai denti e ci dà sotto fino alla vittoria…” quando ci si è abituati a lottare, una guerra può improvvisamente apparire come un prelibato pranzetto in cui chi ha più fame mangia di più.

Stavolta però sento di non dover far nulla. Stavolta non muoverò un dito; me ne starò tranquillo… perché questa, cari i miei studenti, è la vostra guerra. Non la mia.

Questa è, forse, una consapevolezza che vi manca. Me ne accorgo dai vostri sguardi, ma , ancor di più dai vostri comportamenti… molto simili a quelle scene di film di guerra in cui la famiglia – tra un bombardamento e l’altro – se ne sta placidamente a tavola a consumare allegramente il desco. Come se nulla fosse.

Sì, cari studenti, siamo in guerra. Se vi state chiedendo il perché di quei milioni di uomini e donne che protestano in giro per il mondo, forse avete dimenticato di guardare fuori di casa, dentro le vostre case. Dentro il vostro futuro.

Non c’è nulla da sorridere, credetemi. Siamo ritornati allo stato primordiale: una distesa prateria piena di alberi alti e rigogliosi popolata da una sterminata moltitudine di giraffe. C’è solo un piccolo, giusto insignificante dettaglio: tutte queste giraffe hanno il collo corto.

Nelle poche cose buone che vi hanno, spero, trasmesso a scuola forse qualche saggio insegnante avrà forse riportato in auge le teorie evoluzionistiche di un certo Lamarck. Se proprio non ne sapete nulla, credo che vi converrà aggiornarvi rapidamente. Ogni imperizia potrebbe risultarvi fatale.

Oggi noi, anzi voi, siete solo questo: giraffe dal collo corto… un confuso insieme di esseri che hanno iniziato a lottare per la sopravvivenza (sociale) in un mondo fatto solo per giraffe dal collo lungo.

Il mondo poco lontano da noi ci sta sorpassando… anzi, siamo già in coda. E voi, come i suddetti mammiferi, siete (in) consapevolmente in corsa per l’estinzione. Poco lontano da voi (noi) ci sono ragazzi della vostra età che hanno appresso l’arte di allungare il collo, di sforzarsi per arrivare a quei rigogliosi e succulenti rami ricolmi di bacche.

Vi state chiedendo perché io insista tanto sul fatto che dobbiate essere voi a farlo, forse semplicemente perché non è più il momento di scaricare le responsabilità sui padri e sulle generazioni passate. Ci hanno fatto del male, non ci sono dubbi, ma tocca a noi curare le ferite. Tocca a noi cambiare le cose. Se state già chiedendovi “come”, siete a un buon punto.

Iniziate a buttare nel cesso (sono molto molto educato!) quelle facce da vittime di guerra o da naufraghi “non per colpa loro”. Cominciate a sorridere di meno come ebeti e concentrate i vostri sforzi per attivare quel contenitore chiamato cervello, quella meravigliosa macchina chiamata cuore, quella magnifica leva chiamata passione. Quella sintesi chiamata anima.

Come Steve Jobs intuì, “siate affamati – dovreste esserlo, visti i tempi di guerra – siate folli”. Siatelo veramente, perché sovvertire un destino avverso necessita di una straordinaria incoscienza: le guerre si combattono perché si crede allo scopo. Al fine ultimo.

Smettetela di fabbricare alibi per la vostra inettitudine, azzerate ogni alibi che sta nascendo nella vostra testa, uccideteli sul nascere. Per una giraffa che ha voglia di mangiare, di sopravvivere, la bella scusa del collo corto non le procurerà il cibo. Solo morte.

Non v’è dramma nelle mie parole. Siamo entrati in un’era di nuova lotta per l’evoluzione, evoluzione sociale. Siate pronti, armatevi di coraggio, di fierezza, di amor proprio e imparate a farlo per voi stessi.

Le vostre armi, oggi, sono gli studi che state affrontando. State inconsapevolmente provando ad allungare il collo; non è facile e non è detto che debba esserlo. Sarà doloroso. E lo sarà sicuramente perché vi massacreremo, vi metteremo alla prova, vi istigheremo ad essere eccellenti, ad esserlo volontariamente.

Qualcuno di voi demorderà. La viltà è una dote molto in voga… ma io francamente me ne infischio. Se volete mollare fatelo pure. Fatelo serenamente, ma siate consci che il fallimento non potrà essere che colpa vostra.

So benissimo qual è il mio ruolo: ex-ducere. E lo vestirò fino alla fine. Sarà nella vostra intelligenza saperne approfittare.

Nessun pianto, nessuna grazia concessa. Il mondo è vostro. Sappiate morderlo!

Benvenuti nel mondo degli adulti. Benvenuti nella vita!

Il vostro irascibile, rompipalle, “Dire”

domenica 4 dicembre 2011

Domenica 4 dicembre 2011.

Fuori c’è nebbia. Sono solo. Seduto alla mia scrivania… in quei pochi momenti di non lavoro. Le aule sono al buio. Tutto tace.

Con la grande stanchezza che mi porto dentro - dopo un anno che non è ancora finito – mi fermo a cercare di capire la strada fin qui compiuta: tante ore di lezione, pesanti trasferte, giorni su giorni a cercare di far quadrare tutto… di dare il massimo. Questo è quello che ho voluto. È la mia “bicicletta”.

Quando mi guardo fuori mi chiedo quale sia il senso di tutto questo, degli affetti trascurati, delle cose “private” a cui non ho dedicato il tempo, degli amici che non sono riuscito a coltivare.

Le persone che mi conoscono mi valutano una persona ambiziosa, perche l’ambizione chiede un prezzo… un prezzo che io pago ogni giorno della mia vita. Non lo faccio per soldi, la mia ambizione e il tempo dedicato all’obiettivo non hanno prezzo.

La mia ambizione fa i conti, invece, con il mio desiderio profondo e assoluto di lasciare una traccia nel mondo degli uomini. Le grandi conquiste non si giocano solo nelle guerre o nelle grandi scoperte della scienze. La mia è quella di fare qualcosa di talmente grande da poter essere ricordato. Il progetto Fashion Ground lo è. Io credo fermamente nell’unicità della nostra creatività, nella bellezza a cui diamo vita, nell’alchimia del nostro essere italiani: un popolo di pasticcioni, disorganizzati, individualisti, ritardatari - e chi più ne ha più ne metta - ma anche un popolo di poeti, di scrittori, di cuochi, di sognatori, di persone piene di un cuore grande e generoso. Noi siamo questo, non dobbiamo vergognarcene.

Ci si dimentica presto e di tutto, ma io vorrei davvero restare nel ricordo delle persone che hanno condiviso con me il progetto di una scuola nuova… di un nuovo modo di educare, di far nascere personalità eccellenti: donne e uomini capaci di stupire il mondo, di fare la differenza, di portare – con orgoglio – la creatività in ogni angolo di questo pianeta, di esserne protagonisti. Come è stato per il passato.

Non passo per una persona facile. Rompo le scatole e non soprassiedo sulle superficialità, o sulle cose fatte male. Lasciamo questo agli altri. Noi siamo nati per tenere in vita il sogno. Abbiatene cura.

C’è bisogno di amore per fare tutto quel che volete, non siate aridi. Il mio lo avete tutto.

Buon dicembre a tutti voi.

http://www.youtube.com/watch?v=jgZTvLFRYrE

giovedì 6 ottobre 2011

L'INDOLE DELLA GINESTRA.

VIVERE SOTTO LA LAVA, IMPARANDO A RINASCERE.

È da tempo che sento il bisogno di scrivervi. Finalmente ce l’ho fatta!

Questi ultimi mesi sono stati mesi di cambiamenti: intensi, meravigliosi, stancanti. Stancanti da morire. Ma la stanchezza non è morte… è solo voglia di riposare. Ma io ho deciso di non farlo.

È una questione di indole: la voglia di crescere sotto il peso delle parole che ti vorrebbero morto, sfinito, abbattuto.

Pensavo alla Ginestra di Leopardi. Forse oggi non ha più senso. Tutto è vano quando gli uomini muoiono. Oggi se ne andato Steve Jobs. Non ho fatto altro che pensarci, perché, anche senza lo straordinario successo della sua creatività, ho dato vita anch’io a un sogno tutto mio: un luogo dove i giovani potessero crescere e portar fuori la propria creatività senza che ciò fosse condizionato da fortunati natali o da generosi genitori.

È un sogno strano il mio, creare un ground dedicato alla creatività. Dare spazio e speranza a chi un cuore e un’anima ce l’ha davvero.

Strano sogno il mio, in cui mi beo del sorriso dei miei studenti e del loro piacere di crescere e di creare qualcosa di nuovo ogni giorno; del loro stupore nello scoprire cose nuove e le tante possibilità di esprimere il loro essere straordinari.

Strano sogno il mio creare un nuovo modo di intendere la formazione (sempre più educazione) dove l’abito è il naturale esito di un pensiero che si fa ricco e complesso sempre di più.

Strano il mio sogno, in cui mi dò il compito del traghettatore che porta i suoi passeggeri dal sogno al progetto; del contadino che innaffia con amore il terreno dove sorgeranno le idee più grandi.

Può essere strano, non vantaggioso, inutile, criticabile… ma questo è il mio sogno. Ne sono stato affamato e pazzamente innamorato.

L’ho sognato, voluto, cercato, amato. Sì, davvero tantissimo!

Stay hungry. Stay foolish!!!

Siatelo anche voi!

Grazie Steve!!!

domenica 28 agosto 2011

L'ECCELLENZA. BISOGNA ESIGERLA, MA...

In questi pochi giorni di vacanze, sempre pochi a dire il vero, sono stato in una nota località balneare… una di quelle località in cui è facile imbattersi in vip di ogni estrazione e provenienza. Anyway, non sono qui per fare sfoggio delle mie possibilità, ma per dirvi quello che ho visto. Ho visto un luogo contaminato da lusso esagerato. Sì, ad una prima analisi tutto pareva essere lì per attrarre sguardi “affamati” di persone di benestanti: boutiques di alta moda, ristoranti e hotel 5*, yacht e catamarani, auto di lusso, etc. Vi assicuro, sembrava tutto surreale.

Sapete, non subisco affatto il fascino di questo mondo, ma una cosa di certo mi ha fatto riflettere perché, strano a dirsi, questo è il nostro mondo… il mondo di noi che lavoriamo nel design del lusso (la moda lo è). Avrei potuto avere mille ragioni per andar via da quel mondo che, concettualmente, non mi rappresenta, ma sono rimasto e incuriosito ho cercato di capire cosa “realmente” stessi guardando: un mondo di eccellenza, un’eccellenza davvero visibile in ogni segno, in ogni angolo, in ogni linea. In ogni cosa.

La cosa più sorprendente, forse quella a cui non si pensa mai, è il fatto che questo lusso sia opera dell’uomo: è la sua mente che lo concepisce, lo progetta e lo realizza. Dietro ogni abito, dietro ogni oggetto, dietro ogni hotel, dietro ogni pietanza c’è di certo la mente di un uomo, di una donna, o di aziende che pensano a questa eccellenza. Ma cos’è esattamente il lusso?

La risposta non può essere univoca; dipende dal frame d’osservazione, direbbe un sociologo. Di certo, la prima caratteristica del lusso è l’aderenza a un bisogno raffinato dell’essere umano. Il lusso è un sogno che si realizza. Ma la cosa a cui penso non è, invero, la quantità di soldi che occorre per acquistarlo, ma la “qualità” della mente che occorre per crearlo. Una mente non comune, ne converrete.

Le persone, in genere, tendono a riprodurre, o a realizzare, solo i prodotti della propria mente. In altre parole, per progettare oggetti di lusso, occorre “pensare il lusso”; occorre comprendere come questo possa essere declinato in un dato spazio e tempo. Non è facile, ve lo assicuro, ma è possibile, e di certo dipende dalle prospettive con cui si guardano le cose. Le cose e le persone.

Il lusso è una prospettiva sul mondo, è un modo di osservare cosa gli uomini e le donne cercano, desiderano e vogliono: l’eccellenza, appunto. Le persone cercano qualcosa di non banale, di ricercato, di raffinato, di creativo, di unico. In poche parole, quello che soltanto “noi” possiamo creare.

Ognuno di noi desidera il meglio per sé. Tutti siamo, in un modo o nell’altro, sospinti dal desiderio di eccellenza. La cerchiamo ovunque, e come sappiamo pretenderla quando acquistiamo un bene o un servizio! I soldi non vengono giù dal cielo!!!

L’eccellenza è dunque un obiettivo. Per chi la crea e per chi la esige.

Ma come si forma la nuova “classe creativa” al concetto di lusso e al corrispondente concetto di eccellenza? Come formatore specializzato nel settore moda ho spesso indagato questa dimensione perché, sicuramente, l’obiettivo di Fashion Ground Academy non è quello di “tirar su” un manipolo di eccellenti disegnatori. Non sapremo che farcene noi, figuriamoci le aziende! L’accreditamento da parte del Distretto della Moda del Veneto è il primo indizio che conferma l’innovazione dei nostri percorsi formativi. Formare al design della moda significa, per noi, far convergere l’attività didattica verso due direttrici principali: lavorare in funzione di obiettivi di eccellenza; portar fuori (ex-ducere) il potenziale creativo dei nostri allievi.

Sul primo versante, ci preoccupiamo che la formazione sia onnicomprensiva di tutte le dimensioni disciplinari che formano la “mentalità della lusso”; disegnare una collezione implica, infatti, non soltanto una “dimensione progettuale” finalizzata alla realizzazione di un prodotto perfetto, ma anche una “dimensione culturale” per riuscire a contestualizzare il medesimo prodotto rispetto un tempo, una società, il gusto collettivo e quello individuale. Senza questi presupposti si dà vita a un prodotto “senza finalità e senza ragion d’essere”… o forse solo a un disegno bello in sé, ma che non serve a niente se non ad abbellire le pareti di casa. Ma anche così l’eccellenza non è detto che arrivi; occorre che gli schemi percettivi siano letteralmente disintegrati, occorre che gli stereotipi restino il più lontano possibile dalle nostre elaborazioni. Occorre anche flessibilità mentale, tanto sacrificio e risorse temporali illimitate. L’eccellenza non è a portata di mano, ma la si può raggiungere. In quest’ottica si comprende subito perché i nostri corsi appaiano esageratamente “pesanti” e le performances richieste così alte. Studiare in Fashion Ground, oltre ad una passione e motivazione reale verso la moda, esige un potenziale creativo realmente capace di trasformarsi in un prodotto di eccellenza. Se siamo molto esigenti, lo siamo perché sappiamo di poter ottenere un perfomance superiore. Il mondo del lavoro chiede questo, e siamo certi che una formazione eccellente sia il diritto che tutti i nostri allievi siano in grado di esigere in qualsiasi momento.

Sul secondo versante, quello dell’educazione del talento, lo sforzo è anche maggiore perché lavoriamo insieme ai nostri studenti per “portar fuori” quel potenziale chiaramente evidenziato dal test di ammissione. Ve lo assicuro, il compito non è affatto facile. Esprimere il talento, finalizzandolo a un prodotto di eccellenza, è il nostro obiettivo primario, ma occorre lavorare non tanto sul livello delle capacità, quanto sulla mente e sull’anima dei nostri allievi. Esprimere significa trovare un mezzo, una modalità, per portar fuori qualcosa che sta dentro, ma essendo tutti diversi, anche le modalità di espressione saranno differenti. È un lavoro delicato che esige competenza (la nostra), coinvolgimento attivo e con-partecipazione da parte dei nostri studenti.

Di gran lunga più faticoso dell’apprendimento di una capacità, esprimere il proprio potenziale creativo significa anche lavorare su se stessi e, ovviamente, amare il proprio lavoro. Significa essere pronti a cambiare, a rimettersi in discussione scardinando (spesso radicalmente) le proprie convinzioni per approdare a una nuova, temporanea, visione delle cose, sapendo di essere pronti a cambiarla nuovamente.

La moda è essenzialmente cambiamento, ma questo cambiamento dobbiamo essere noi stessi a produrlo. Senza cambiamento tutto resta ferma. Tutto muore.

E quindi, cari amici, vi sollecito ad esigere sempre eccellenza (noi davvero ce la mettiamo tutta per garantirvene sempre si più), ma imparate anche ad esigere eccellenza anche da voi stessi… perché, presto, le aziende, il lavoro, ve la chiederanno a loro volta. Siate coraggiosi nell’andare avanti, non risparmiatevi e non “rimproverateci” se siamo troppo esigenti con voi: è il nostro modo di farvi comprendere che il vostro successo nel lavoro è il nostro più grande orgoglio e il fine delle nostre azioni.

Una bellissima canzone di Irene Grandi recitava: “prima di pretendere qualcosa, prova a pensare a quello che dai tu”.

Nell’amore, e come in tutte le cose, siamo davanti ad una scomodissima verità.

Buon settembre a tutti voi.


Il vostro irascibile (e spesso rompipalle) direttore.

Giuseppe Ferraro

lunedì 11 luglio 2011

ELOGIO AL TEMPO. MA SENZA CORRERE...


In questo periodo dell’anno i ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori affrontano una serie di prove molto impegnative che li condurranno alla maturità e al termine di un ciclo di studi che traccia l’inizio di un nuovo percorso di studi.

Altri ragazzi, invece, progettano di entrare nel mondo del lavoro, avendo sperimentato una sorta di idiosincrasia allo studio. La scelta obbligata è dunque la ricerca del lavoro che presenta, però, complessità di altro tipo, soprattutto in relazione alle oggettive difficoltà del mercato del lavoro.

È di certo lodevole che le nuove generazioni affrontino con pragmatismo la questione del lavoro, ma accorre non dimenticare che le condizioni, le attese e le caratteristiche del mondo del mondo del lavoro sono cambiate e continueranno a farlo, esigendo un approccio progressivamente sempre più qualitativo.

La sola motivazione al lavoro, o il supposto bisogno di lavorare, non sono, per l’azienda, una ragione sufficiente per assumere un giovane diplomato. In special modo, in un sistema di estrema concorrenza e altissima competitività, la domanda di lavoro (le persone che cercano lavoro) si è fatta più agguerrita. È tutto uno sgomitare a destra e a manca.

Nella logica delle cose, però, il datore di lavoro sceglierà il miglior candidato, o, comunque, colui/colei che risponderà alle sue aspettative attuali e future.

Se, fino a qualche tempo fa, i “selezionatori” più inesperti si affidavano a valutazioni essenzialmente basate sulla “simpatia”, oggi pare proprio che questi abbiamo acquisito modalità più raffinate di valutazione, chiedendo, ad esempio, la competenza linguistica o capacità di utilizzo delle più comuni tecnologie. Le aziende che invece producono significativa innovazione non possono essere superficiali in tal senso.

È all’interno di questo frame osservativo che la formazione torna ad acquisire il suo insostituibile valore: aumentare il livello competitivo delle risorse umane in termini di competenze, saperi e capacità utili alle azienda. Ne sono consapevole, questa è una nota dolente dell’attuale sistema formativo italiano: il quasi totale scollamento dai desiderata delle aziende. A conferma di questo c’è il fatto che ogni nuovo assunto “dovrebbe” affrontare un ulteriore percorso formativo nella realtà in cui si troverà ad operare. Uso il condizionale perché, in tempi di difficoltà economiche o congiunturali, i costi della formazione sono i primi che vengono tagliati, col risultato che il datore di lavoro si trova nella situazione a dover esigere il bagaglio di competenze in fase di selezione. E il cerchio si chiude.

La formazione quindi torna ad essere il plus che può consentire un più rapido inserimento nel mondo del lavoro, ma soprattutto il valore aggiunto che consentirà ai migliori di emergere.

La formazione è dunque un investimento, è un modo di prendersi cura di sé e del proprio futuro. È ipotecare una chance di riuscita nel lavoro.

Un paio di settimane fa ho affrontato un brevissimo colloquio con un ragazzo che, pur motivato e pervaso da passione per un lavoro nella moda, chiedeva se, a mio avviso, fosse il caso di saltare “i preliminari” e gettarsi nella mischia.

Per un brevissimo momento ho immaginato, per analogia, che lo stesso mi stesse chiedendo se fosse o no il caso di imparare a nuotare gettandosi in una piscina vuota. La mia risposta la potete certo immaginare.

Ecco giunti allora alla questione di partenza: il tempo. Non perderlo, o meglio non sprecarlo, credo che debba essere un imperativo, ma il tempo dedicato alla formazione non è tempo perso, anzi. Come per ogni buon atleta che ambisce a risultati importanti, la formazione e gli allenamenti sono parte integrante del suo successo. Per quanto egli sia dotato di sicure potenzialità, l’allenamento e la preparazione non possono essere pensate come un’opzione, ma devono essere la regola per una buona riuscita.

Anche la ricerca del lavoro può essere pensata come un risultato ambizioso (soprattutto coi tempi che corrono)… e, come ogni azione da cui ci si aspetta un certo riscontro, esige preparazione e formazione.

La concorrenza non si batte con gran sorrisi e tette al vento. La professionalità è una conquista. È il frutto di una costruzione sapiente del proprio valore distintivo.

Quindi, prima di buttarvi in qualsivoglia piscina vuota (per quanto attraente possa essere) prendetevi il tempo per crescere, per formarvi e per essere competitivi. Il resto, ve lo assicuro, verrà da sé.

Buon futuro a tutti!

martedì 31 maggio 2011

IL SUCCESSO. SOLO PER CHI SA MERITARSELO

Oggi, dopo tanto tempo, ho rivisto “Il diavolo veste Prada” e, come ogni cosa vista col senno di poi, ho realizzato (ma questo già lo pensavo) che è davvero un bel film. E questo, non tanto per il tema collegato la fashion system, quanto per lo sguardo attento alle dinamiche del lavoro. Per le sognatrici, il film sembra configurare un lieto fine. Non saprei, francamente, e permettetemi di dubitarne.

Il pregio di questo film, infatti, è la sua capacità di illustrare un elemento narrativo che a molti sfugge: le caratteristiche del contesto lavorativo e la reazione psicologica della protagonista. Fallimentare, direi.

Gran parte dei miei studenti amano questo film, reputando che la situazione sia quasi divertente per quel paradossale distacco dalla realtà. Tutto sommato, è solo un film.

Gran parte dei giovanissimi che si affacciano al mondo del lavoro immaginano che il lavoro sia solo tempo “dato” al datore di lavoro in cambio di uno stipendio. Altri lo pensano come un passaggio obbligato che caratterizza la vita adulta. Altri ancora, pochi a dire il vero, ipotizzano che il lavoro debba restituire loro una senso “altro”… la sensazione di autorealizzazione. Obiettivo ambizioso, quest’ultimo.

E d’altronde, a chi non piacerebbe sentirsi realizzato sul lavoro? Tutti annuirebbero senza esitazione. Il nodo della questione si concentra, e questa è la prospettiva condivisa da tutti, sul “cosa” il lavoro debba dare a noi, quando invece il problema è comprendere cosa noi possiamo dare al lavoro.

Noi che lavoriamo con la creatività, con i generosi prodotti dell’anima e della mente, ci accorgiamo sulla breve distanza quanto la sola attitudine sia ben poca cosa per garantirsi il successo nel lavoro. Occorre, infatti, non soltanto creatività, ma anche passione; occorre volere… volerlo a tutti i costi, e orientare ogni azione in funzione di questa volontà.

Purtroppo, la via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, cosicché spesso ci si accorge che il volere è forse un semplice desiderare, e che l’obiettivo è solo bello quando lo si guarda da lontano. E così il sogno di una vita inizia a sgretolarsi proprio a causa della propria inettitudine o della propria accidia… e sulla scia di innumerevoli alibi che molti creano per giustificare il proprio fallimento.

Forse lo avrete intuito, sono molto arrabbiato. Sono arrabbiato perché non amo vedere simili parabole esistenziali: una fiumana di persone che dicono di volere e poi passano tutta la vita a creare improbabili scuse, funzionali solo a nascondere la propria pigrizia o la totale assenza di volontà, e per attribuire il fallimento a una causa esterna.

Lo so, non è facile raggiungere i propri obiettivi. Gli obiettivi di vita, gli obiettivi di lavoro non sono facili, ma chi ha detto che debbano esserlo?

Il successo ha un prezzo molto alto: esige vita, tempo, amore, abnegazione, entusiasmo, determinazione, forza di volontà, spirito di sacrificio, umiltà… e, soprattutto, zero abitudine a crearsi alibi. Occorre davvero darci sotto, realizzare il possibile ed ambire all’impossibile.

Lavorare nella creatività è il sogno di tutti. Essere e vivere nella bellezza, godere dei frutti della propria mente, dare senso alla propria vita non è per tutti, ma chi lavora nella creatività deve entrare in quest’ottica. Occorre sentirsi parte di un èlite creativa, occorre combattere e affrontare i propri limiti ogni giorno, senza mai stancarsi. Essere curiosi verso tutto. Scoprire e rielaborare.

Non ci è dato di sapere se arriveremo al successo oppure no, se valga la pena darsi da fare per poi non raccogliere nulla. Non ci è dato saperlo. Nessuno può saperlo. Il successo, infatti, non è la meta del viaggio. È il percorso: è sapere di esserci… è sapere e riconoscere i progressi fatti senza mai fermarsi a contemplarli. Il successo è solo guardare indietro, capire quanta strada si è fatta, voltare lo sguardo in avanti e continuare ad andare avanti. Sempre. Fino alla morte.

Il mondo del lavoro, il sogno di un lavoro che ci calzi a pennello è una strada irta che bisogna saper percorrere. Per questo ci vuole tempra, attitudine a guardare il mondo sapendo coglierne gli elementi meno visibili.

La società odierna, il mondo attuale, và in velocità, ci abitua alla corsa ad ostacoli e ci illude che tutto sia ottenibile subito. Come un click su internet. Abbiate pazienza ragazzi miei, datevi il tempo di capire, fermatevi a respirare, armatevi di competenze, allenatevi sulle lunghe distanze, e soprattutto non siate mai sazi. Sappiate sviluppare conoscenza, interessi. E soprattutto stacanovismo da vendere.

Il punto è che il mondo là fuori non fa sconti. Di nessun genere.

Medidate!